J Anulén in bròd.

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La storia degli anolini, come quella di tante altre ricette di tradizione regionale, è fatta di confini, dispute, differenze e puntigli. A Parma ‘j anolén’ prevedono un ripieno di carne, sono fatti col sugo dello stracotto, sono più piccoli e si usa rigorosamente ‘al stàmp ädj anolén’ a bordi lisci. E guai a chiamarli cappelletti! (come fanno nel reggiano) o a paragonarli ai tortellini! (hanno un ripieno simile ma la tipica forma ripiegata ad ombelico) che invece a partire da Reggio Emilia, passando per Bologna e fin giù in Romagna sono considerati un vero e proprio Must. Così come si soprassiede con finta indulgenza su quelli che si preparano dall’altra parte, nel Piacentino, provincia cuscinetto un po’ di serie B, tra la Parma-la-snob e la grande-Milano. Qui e in tutta la parte del Mantovano, gli anolini cambiano completamente faccia, hanno un ripieno fatto solo con Parmigiano e uova, sono più grossi e pieni, e a forma di sole, con i bordi dentellati.

Noi siamo sulla linea di confine delle due province, e anche delle due ricette. A Fidenza che è anche in perfetta equidistanza chilometrica tra le due città, ‘j anulén’ sono rigorosamente al Parmigiano. Mia mamma però era originaria di Fontevivo, solo qualche chilometro più in là, dove vigeva l’altra ricetta e per tanto tempo li preparava a Natale in entrambe le versioni. La sua famiglia di origine seguiva la ricetta col ripieno di carne e quando andavamo dai suoi parenti, in Parma città, noi bambini assistevamo alla lunghissima preparazione del ripieno fatto col sugo dello stracotto (mai bisognava aggiungere anche la carne! che ormai aveva perso ogni sapore: non avrebbe avuto alcun senso mettere tutti quegli sfilacci stopposi e morti, una volta privati di ogni goccia del loro sugo). A casa il papà invece voleva gli ‘j anulén’ di solo Parmigiano (lui veniva da Busseto, città natale di Giuseppe Verdi e tutta quella zona della Bassa Parmense seguiva la ricetta di magro, rigorosamente senza carne). Io che le ho assaggiate entrambe, senza dubbio preferisco quelli al formaggio. Ma considerate che non vado matta neppure per i tortellini alla bolognese, piatto sopraffino ed elaborato, di cui adoro la forma, ma non il ripieno alla carne. Un piatto di fumanti anolini in brodo, invece, con il loro ripieno giallo e intensamente saporito di Parmigiano…beh, tutto un altro discorso.

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Ho chiesto le ricette dei parenti, le ho confrontato con quelle trovate in rete, ma la migliore a mio parere resta quella della nonna Gianna. Che riporto qui, con la speranza che resti nello storico delle ricette di famiglia.

 

Ingredienti per 9 persone (180 anolini, 20 a testa):

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Le mele al forno.

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Questa era la merenda più golosa, per noi bambini che non conoscevamo le merendine in busta, nei pomeriggi d’inverno. Venivano cotte direttamente nella porticina della stufa di terracotta, ne avevamo una per ogni stanza da riscaldare. Cuocevano a lungo, a lungo, senza un tempo preciso…e poi a un certo punto, pian piano si sentiva un profumo che faceva ci correre tutti in cucina. Credo che papà aggiungesse solo lo zucchero e una noce di burro, la mia ricetta invece prevede anche la cannella, che sicuramente male non ci sta! 😀 Beh, io ho già acceso il forno, buona merenda un questo placido pomeriggio di inizio gennaio!

 

Ingredienti x 3 ps:

 

3 mele renette* (250/ 300 gr. l’una)

3 cucchiai di zucchero

3 noci di burro

Cannella in polvere

 

*) Le mele renette sono la varietà comunemente utilizzata nelle torte di mele e per quelle al forno, hanno un sapore non troppo dolce, con una punta acidula, e consistenza farinosa, che si sfalda in cottura.  Ottime anche le Golden (più dolci e senza la nota acida) un po’ meno le Stark (più croccanti nella consistenza) da evitare invece le Granny Smith (acidule e molto croccanti).

 

Procedimento:

 

Lavare bene le mele, asciugarle e togliere il nocciolo con l’apposito strumento che le perfora da cima a fondo, lasciando un foro cilindrico perfetto nella mela intera.

Posizionare le mele in una teglia rivestita con carta da forno, mettere una noce di burro su ognuna, appoggiandolo semplicemente sul foro centrale della mela. Il burro cuocendo si scioglierà sia all’interno della mela, colando sul fondo, sia sulla buccia.

Poi mettere 1 cucchiaio di zucchero spolverizzato su ogni mela, facendo attenzione che ne cada il meno possibile sul fondo (lo zucchero deve cadere sul fondo insieme al burro che si scioglie, non prima o brucerà, anziché formare quel meraviglioso sugo gelatinoso e caramellato che tutti ben conosciamo!). Per ultimo spolverizzare le mele con abbondante cannella.

Cuocere in forno a 180° gradi per 40 minuti. Le mele sono perfette quando la buccia della mela si è rotta in grosse crepe e appare leggermente rosolata. Il sughetto sul fondo è ormai marroncino e denso, non arrivate ad averlo troppo bruciato e colloso!

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E, no, se siete a dieta, non state a preparare le mele al forno senza zucchero e senza burro! Otterreste solo quell’effetto tristissimo che fa tanto menù da ospedale. 😀 Allora meglio rinunciare e amen!…. 😀

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Buona merenda! 🙂

 

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Xmery.

Le stelle di Capodanno.

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via Lattea Alessia Fabris

(foto gentilmente concesssa da Alessia Fabris)

L’ultimo giorno di questo anno, che chiude il 2017, sarà giorno di memoria, passato in altalena tra festeggiamenti mancati, luci fioche e grumi nel cuore. Una sinfonia stonata di pensieri tristi e dolorosi, di preparativi ridotti all’osso, stomaci dolenti e attesa del frastuono dei maledetti botti, che ancora parlano di te. Quelli che ti buttavano nel terrore più cieco e che mi spingevano fuori dal balcone a urlare improperi contro ignoti, mentre tu mi guardavi piena di fiducia e supplica. Era l’ultimo vano tentativo di darti quel coraggio che altrove ti rendeva leonessa, ma in questa occasione ti abbandonava, lasciandoti fragile come un cristallo in mezzo a una sparatoria. Io uscivo fingendo autorità, gridando un “BASTA!! E allora!”… la frase che sapevo tu capivi perfettamente senza aggiungere altro, significava che mi ero arrabbiata e avevo messo in riga chi non rigava dritto, tu ne eri sempre sollevata …. poi rientravo incontrando i tuoi occhi supplicanti aiuto e ti sussurravo, “Ecco, hai visto? io gliel’ho detto. Tutto ok, vieni, vieni che andiamo a fare le nostre cose” chiudendo fuori dal vetro quella minaccia sempre più angosciante. Speravo che tu sentissi che ero dalla tua parte in questa battaglia contro un nemico invisibile e letale.

Perché era chiaro che tu ti sentivi a rischio di morte, con quegli spari là fuori. Nonostante fossi in casa, tra le mura del tuo rifugio, con tutti noi presenti, gatti, cani, tutto il branco con te, tranquillo e tranquillizzante. Il terrore ti afferrava alla gola e a noi non restava che starti accanto, impotenti. Neve in silenzio si metteva vicina a te, schiena contro schiena, senza chiedere di più. Avevamo imparato da lei, ci stendevamo anche noi sul pavimento freddo del ripostiglio dove ti rifugiavi tremante, e aspettavamo per ore che giungesse la quiete.

Alle prime avvisaglie di colpi, già al mattino ti mettevi in allarme, gli occhi sbarrati e le orecchie chine, poi con la coda stretta tra le zampe cercavi rifugio, non importa dove. L’istinto diceva fuggi, scappa, pericolo di morte! Scappare senza un dove, senza controllo, anche in casa grattavi la porta per scappare fuori, proprio da dove venivano i rumori che ti terrorizzavano! Scappare e basta.  Questo giorno era particolarmente difficile da gestire, uscire era un rischio di ulteriore terrore, in qualsiasi momento poteva arrivare uno di quei colpi al cuore. Anche in casa solo pochi erano i momenti in cui riuscivi a distrarti, annusavi l’aria con l’orecchio attento, sembrava che fossi in attesa di conferme, anche dai rumori più in lontananza, sembravi dolorosamente consapevole  da lì a poco sarebbe di nuovo arrivato quel calvario, di un cuore che ti impazzisce in petto, lasciandoti nel più totale terrore, con la schiuma alla bocca, senza pace, senza possibilità di fuga, dove nessun riparo è sufficiente e nessuno del branco potrà darti l’aiuto che ti salva, nonostante tutti fossero lì a darti conforto. La paura di aver di nuovo quella paura, che puntualmente non si smentiva, si avverava autoconfermandosi di anno in anno, poi temporale dopo temporale.

Avevamo provato di tutto, per darti almeno un po’ di sollievo, andando a tentoni tra le innumerevoli soluzioni che ognuno propone come vincente. La tv accesa a mitigare i rumori da fuori, canzoni natalizie a gogò per tutto il pomeriggio, da ingenui e inesperti che eravamo, provavamo a distrarti dai tuoi timori, almeno fino a sera, quando poi il terrore vero sarebbe esploso in tutta la sua deflagrante distruttività. Ricordo l’anno in cui costruii una tana per te, con una coperta che ti coprisse da tutto ciò che immaginavi fuori e ti desse l’illusione di un rifugio impenetrabile. Passammo ore così, solo la mia mano a toccarti mentre il cuore ti usciva dal petto. Poi tentammo con piccole dosi di sedativo per animali, sperando che le promesse farmacologiche fossero oneste. Ma ora so che non era così. Il farmaco ti intontì, ti fece dilatare gli occhi (probabilmente vedevi solo buio?) barcollavi e non ti tenevi sulle zampe, ti accasciavi a terra, pur desiderando ancora di scappare e cercare salvezza. Non credo di aver provato mai tanto imbarazzo e pena come allora, quando mi sono resa conto che questa era la pretesa di silenziare i sintomi della paura impedendone l’espressione, senza curarsi se sotto l’angoscia era ancora tutta lì, solo pietrificata da un farmaco, che ti immobilizza e ti rende cieca, instabile e confusa. Credo che sia stata una violenza senza eguali. Come aggiungere terrore e smarrimento ad altro terrore. Ma Ellie ti guardava e chiedeva aiuto a te, come se da te potessero venire solo cose buone, così ti autoassolvi e dici semplicemente “mai più, Ellie, te lo giuro. Mai più questo ulteriore tormento cinico, inutile e presuntuoso”.

L’anno successivo, quando la sordità speravamo potesse giungere come un aiuto provvidenziale a questo appuntamento così difficile, riuscimmo ad escogitare quella che forse fu la soluzione migliore per affrontare il Capodanno. Sapevamo che Ellie amava tanto l’auto, che si rilassava viaggiando, che fossero brevi tratti o viaggi lunghi, non importa: l’automobile era una seconda tana. Così l’anno scorso, quando già lei era in uno stato di grossa ansia (sapeva che quello era ‘uno di quei giorni’ avendo sentito sparare botti sporadici di preparazione ai festeggiamenti) alle undici di sera, abbiamo infilato i giubbotti, messo cuffie e sciarponi, guinzagliato i cani e ci siamo messi tutti in auto, nella notte gelata, decisi a macinare senza fretta chilometri a zonzo, su una qualche autostrada, fuori dai centri abitati, dove non riecheggiassero gli spari che tanto facevano gioire la gente in ogni angolo del pianeta terra.

Ellie ci seguì fiduciosa come sempre, salì in macchina sulla cappelliera, Neve al suo fianco, noi infreddoliti e imbacuccati, i fari che illuminavano la strada deserta della Cisa, uno speaker alla radio che a basso volume cercava di intrattenerci. Era un capodanno che mai mi sarei immaginata. Soli in una notte nera e stellata, che pareva senza confini, come solo lontano dalle luci della città si può ammirare, vedevamo i fuochi d’artificio di ogni paesino che scorreva sulle montagne scure di fianco a noi, in lontananza, nell’assoluto silenzio. Ogni volta che mi giravo, vedevo Ellie dormire serena, come se tutto quel fracasso lontano non esistesse più.

Avevamo vinto il mostro. Non combattendo, ma aggirandolo e prendendoci gioco di lui.

Ero felice, felice come lo sono stata poche volte nella mia vita. Sollevata e leggera, come quando si indovina per caso la risposta ad un enigma. Finalmente avevamo trovato la soluzione per gli anni a venire. Mai più terrore la notte di Capodanno. Solo viaggi meravigliosi a zonzo in auto, in chissà quale autostrada, al buio di gelidi cieli stellati.

Ora ascolto il crescendo di boati che annunciano questo nuovo anno. Una guerra di spari che annuncia il momento imminente.

Quattro, …tre, …due, …uno …ZERO!……………..ma tu non ci sei più.

Nessuno con cui guardare le stelle per sfuggire al terrore.

via Lattea Alessia Fabris

Xmery.

2017 adieu.

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Eccoci qui, di nuovo, momento di bilanci e riflessioni.

Non so dire se ho davvero vissuto o se sono rimasta in bilico su un terreno che è diventato franoso, solo aggrappandomi alla vita, a denti stretti, accontentandomi di ciò che offre.

Ho fatto progetti, alcuni li ho visti fallire, altri li ho perseguiti alacremente, pur senza certezza.

Ho tagliato fili, ne sono spuntati di nuovi, altri sono accarezzati tra le dita e non sai se stringerli o lasciarli scivolare.

È stato un anno di dolore, di addii e separazioni. Un anno difficile. Un anno di pesi sul cuore, di strade perse e non ancora ritrovate.

Eppure sempre ricco. Di esperienze, di occasioni, alcune uniche e irripetibili, di occhi che brillano di meraviglia, nonostante tutto.

È stato anche un anno di amore.

Forse.

Sempre.

Di quell’amore che alberga nel cuore, e che stenta ad arrendersi. Di speranza dentro alla disperazione. Di allegria dentro alla disillusione. Di lacrime e improvvisa commozione dentro alla fatica di vivere. Di entusiasmo dentro alla rassegnazione.

Ho perso un po’ di poesia, ma nella cruda realtà a volte si trova talmente tanta grandiosità da sfiorare la vertigine.

Ho ritrovato me stessa in qualche attimo, mentre mi perdevo. Ho visto chi sono in un abbaglio sfocato. Ho intravisto la direzione e l’attimo dopo l’ho perduta.

Ma ho preso nota. Di tutto.

E vado avanti.

Seconda stella a destra.

Benvenuto 2018.

 

Xmery.

 

La vita è adesso – Claudio Baglioni (versione originale – 1985).DSC01098 rit xmery

La vita è adesso (1985).

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“La vita è adesso

nel vecchio albergo della terra

e ognuno in una stanza

e in una storia

di mattini più leggeri

e cieli smarginati di speranza

e di silenzi da ascoltare

e ti sorprenderai a cantare ma

non sai perché…”

Xmery.

La vita è adesso – dall’album ‘La vita è adesso’ (1985)

 

Testo.

la vita e’ adesso
nel vecchio albergo della terra
e ognuno in una stanza
e in una storia
di mattini più leggeri
e cieli smarginati di speranza
e di silenzi da ascoltare
e ti sorprenderai a cantare
ma non sai perché.

La vita e’ adesso
nei pomeriggi appena freschi
che ti viene sonno
e le campane girano le nuvole
e piove sui capelli
e sopra i tavolini dei caffè all’aperto
e ti domandi incerto
chi sei tu, sei tu, sei tu…

Sei tu, che spingi avanti il cuore
ed il lavoro duro
di essere uomo e non sapere
cosa sarà il futuro.

Sei tu, nel tempo che ci fa più grandi
e soli in mezzo al mondo
con l’ansia di cercare insieme
un bene più profondo.

E un altro che ti dia respiro
e che si curvi verso te
in un’attesa di volersi di più
senza capir cos’è.

E tu che mi ricambi gli occhi
in questo istante immenso
sopra il rumore della gente
dimmi se questo ha un senso.

La vita è adesso
nell’aria tenera di un dopocena
e musi di bambini
contro i vetri
e i prati che si lisciano come gattini
e stelle che si appicciano ai lampioni,milioni

mentre ti chiederai
dove sei tu, sei tu, sei tu…..

Sei tu che porterai il tuo amore
per cento e mille strade
perché non c’è mai fine al viaggio
anche se un sogno cade.

Sei tu che hai un vento nuovo tra le braccia
mentre mi vieni incontro
e imparerai che per morire
ti basterà un tramonto.

In una gioia che fa male di più
della malinconia
ed in qualunque sera ti troverai
non ti buttare via…

e non lasciare andare un giorno
per ritrovar te stesso
figlio di un cielo così bello
perché la vita è adesso, è adesso,
è adesso……

 

Pomodori a dicembre.

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E’ il problema di tutti coloro che si dedicano all’orto: come conservare il frutto del proprio lavoro, quando il freddo incombe e le verdure sulle piante sono quasi a maturazione… ma il sole, né le temperature ormai sono più sufficienti? Le lasci, le lasci ancora un po’, ancora qualche giorno, anche se le ore di luce sono poche, se le sere sono fredde e la bruma spesso porta le foglie ad ammuffire. Ma i frutti no, loro fino alla fine sembrano voler resistere, a dispetto della stagione avversa sempre più inesorabile.

Lo scorso anno ho provato con successo a portare a maturazione i peperoncini ancora verdi, tenendoli in terrazza vetrata, alcuni in un vaso d’acqua, altri semplicemente tenendoli all’asciutto, ma al sole del pomeriggio. E devo dire che ha funzionato. In 10/15 giorni i frutti verdi sono arrivati a maturazione e ho potuto essiccarli per le scorte invernali.

Quest’anno, all’ultimo raccolto dei pomodori, ho deciso di provare lo stesso sistema. Quando ormai ho capito che anche i frutti verdi sulla pianta sarebbero andati distrutti dalle prime gelate serie, circa a fine novembre, ho raccolto tutto ciò che c’era, sicura che il mattino dopo non avrei trovato più nulla di commestibile. Con i pomodorini verdi ho fatto tante salse e marmellate (soluzione interessante, che non avevo mai provato!) e con i pomodorini Piccadilly ho tentato la tecnica della maturazione in casa, al sole della finestra al mattino.

Bene, hanno veramente gradito la premura e già dopo poche settimane, a metà dicembre, avevo i miei pomodori appesi e rossi come preziose primizie fuori stagione! Ah, la soddisfazione di mangiare quella mozzarella con pomodorini e basilico freschi!….(perché…..ebbene, sì….sto tentando di coltivare anche piccole piantine di basilico, appese al vetro, sempre pronte all’uso! 😉 vi racconterò come nei dettagli).

Xmery.

Una strada di terra che inizia ai confini del niente.

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“Una strada di terra

che inizia

ai confini del niente

E il mio tutto

che ancora si ostina

a cercare una via…”

 

Xmery.

16 modi di dire verde (live) – di Niccolò Fabi (dall’album Ecco-2012)

 

Un blues intimo e corale al tempo stesso, una melodia lenta e sognante con la forza di una freccia che arriva al bersaglio, coma la copertina del disco suggerisce.

Un testo che racconta ancora del viaggio. Del viaggio che salva, che rivela, che permette confronti e comprensione. Così un uomo dell’Amazzonia ha 16 modi per dire la parola verde, perché si suppone sia essenziale alla sua sopravvivenza distinguerne le diverse e infinite sfumature in una foresta pluviale. Così un uomo occidentale invece ha una sola parola, una soltanto! per definire un evento tanto importante, drammatico e di immane portata come un addio, senza poterne raccontare le mille diverse sfaccettature se non aggiungendo aggettivi, senza un vocabolario che gli regali le giuste parole. Come se sopravvivere agli addii non fosse altrettanto essenziale nella vita di un uomo, tanto come riconoscere 16 tipi di verde per sopravvivere nella foresta pluviale.

 

Testo:

Una strada di terra che inizia ai confini del niente
e il mio tutto che ancora si ostina a cercare una via
i pensieri che più della sabbia mi bruciano gli occhi
questi occhi che ancora ringraziano di essere qui
e la notte qui è notte davvero è la madre del buio
ed il nero è soltanto un colore della realtà.

Così un uomo sa sedici modi per dire verde
ed un altro ne ha un altro soltanto per dire addio
l’immondizia non è solamente quella che si vede
essere bianco non è esattamente essere candido
e gli uomini perdono tempo perché ne hanno
e le donne sopportano i pesi meglio di me
e tutti camminano sempre ma poi per dove
tanto un albero è come un ombrello se piove.

Un viaggio regala a ognuno la sua storia
io sono convinto che mi salverò
così come ogni ritorno ha la sua gloria
un altro cerchio che si chiuderà
una strada di terra che inizia ai confini del niente
e il mio tutto che ancora si ostina a cercare una via,
a cercare una via, a cercare una via.

Le cose in comune (Daniele Silvestri).

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Amo questa canzone e non solo per quel sound jazzeggiante che la muove tutta da sotto. Questo testo non è così facile e scontato come sembra e a dispetto del titolo, no 😀 l’argomento non sono le cose che due innamorati hanno in comune.

L’ironia del testo sta proprio nell’insistenza con cui spesso si crede che l’amore stia nel trovare “cose in comune” tanto che più se ne trovano e più sembrerebbe solida e felice l’unione. Tanto che….si arriva a sorvolare che “quando io piango….tu ridi”….ma vabbè bypassiamo e ricominciamo la conta delle meravigliose (quanto scontate! 😀 ) cose che abbiamo in comune. L’amore allora cos’è? E’ il sorriso che si illumina, è quella scintilla di non so cosa, che frena improvvisamente il ritmo incalzante del rap e scivola in quel trasognato “ma il tuo è troppo bello…” ❤

Non servono motivi per amare qualcuno, e forse neppure tante cose in comune.

 

Xmery.

Le cose in comune- dall’album Prima di essere un uomo (1995).

Le cose che abbiamo in comune sono 4.850
le conto da sempre, da quando mi hai detto
“ma dai, pure tu sei degli anni ‘60?”
abbiamo due braccia, due mani, due gambe, due piedi
due orecchie ed un solo cervello
soltanto lo sguardo non è proprio uguale
perché il mio è normale, ma il tuo è troppo bello
Le cose che abbiamo in comune
sono facilissime da individuare
ci piace la musica ad alto volume
fin quanto lo stereo la può sopportare
ci piace Daniele, Battisti, Lorenzo
le urla di Prince, i Police
mettiamo un CD prima di addormentarci
e al nostro risveglio deve essere lì

perché quando io dormo… tu dormi
quando io parlo… tu parli
quando io rido… tu ridi
quando io piango… tu piangi
quando io dormo… tu dormi
quando io parlo… tu parli
quando io rido… tu ridi
quando io piango… tu ridi

Le cose che abbiamo in comune
sono così tante che quasi spaventa
entrambi viviamo da più di vent’anni
ed entrambi, comunque, da meno di trenta

ci piace mangiare, dormire, viaggiare, ballare
sorridere e fare l’amore
lo vedi, son tante le cose in comune
che a farne un elenco ci voglio almeno tre ore… ma…

Allora cos’è
cosa ti serve ancora, a me è bastata un’ora…

 

“Le cose che abbiamo in comune!”, ricordi
sei tu che prima l’hai detto
dicevi “ma guarda, lo stesso locale
le stesse patate, lo stesso brachetto!”
e ad ogni domanda una nuova conferma
un identico ritmo di vino e risate
e poi l’emozione di quel primo bacio
le labbra precise, perfette, incollate.

Abbracciarti, studiare il tuo corpo
vedere che in viso eri già tutta rossa
e intanto scoprire stupito e commosso
che avevi le mie stesse identiche ossa
e allora ti chiedo, non è sufficiente?
cos’altro ti serve per esserne certa
con tutte le cose che abbiamo in comune
l’unione fra noi non sarebbe perfetta?

Quando io dormo… tu dormi
quando io parlo… tu parli
quando io rido… tu ridi
quando io piango… tu piangi
quando io dormo… tu dormi
quando io parlo… tu parli
quando io rido… tu ridi
quando io piango… tu ridi… ma…

Allora cos’è
cosa ti serve ancora, a me è bastata un’ora…

Le cose che abbiamo in comune sono 4.850
le conto da sempre, da quando mi hai detto
“ma dai, pure tu sei degli anni ’60?”
abbiamo due braccia, due mani, due gambe, due piedi
due orecchie ed un solo cervello
soltanto lo sguardo non è proprio uguale
perché il mio è normale, ma il tuo, oh…. è troppo bello!

 

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Il Castagnaccio padano (la Pattòna).

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Questo dolce non lievitato, bagnato e pesante, fatto con la farina di castagne e acqua e un po’ d’olio, lo ricordo come una presenza ricorrente nella mia infanzia. Con l’arrivo del freddo c’erano i cachi (che ancora oggi adoro!) e la pattona. Mai caldarroste, un privilegio ambito, ma la pattona. Allora non la gradivo granché, non era un vero dolce, non riusciva a ingolosirmi più di tanto. Poi da grande, assaggiandola in diverse versioni, l’ho amata sempre di più. Questa è una ricetta con uvetta, pinoli e rosmarino….ed è …sì, deliziosa.

 

Ingredienti x 4 ps (teglia piccola 24 x 18):

 

300 gr. di farina di castagne

500 gr. acqua

35 gr. olio extravergine di oliva (4 cucchiai colmi)

100 gr. di zucchero

50 gr. uvetta

30 gr. di pinoli

1 ramo di rosmarino

 

Procedimento:

 

miscelare la farina di castagne con l’acqua, poco alla volta, per non formare grumi. Poi aggiungere l’olio e infine lo zucchero.

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Otterrete un impasto al cucchiaio, quasi liquido. Preparare la teglia con la carta da forno (io non ci penso neanche ad ungerla, perdonatemi… :-D) e versarvi il composto di castagne, riempendola per un paio di cm.

Ora aggiungete l’uvetta (se è morbida non necessita di ammollo, visto che l’impasto è più liquido di una normale torta…e neppure infarinarla servirà a molto, il rischio di cadere sul fondo non c’è qui). Poi cospargete la superficie con i pinoli. Se l’impasto è della giusta densità l’uvetta e i pinoli resteranno appena appoggiati sulla superficie, senza affondare, già da ora. E non lo faranno neppure in cottura.

Mettete in forno preriscaldato a 180° per 35 minuti. Togliere dal forno quando sulla superficie si formano le tipiche crepe del Castagnaccio.

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Va consumata a temperatura ambiente e conservata in frigo.

Esistono varianti impastate con il latte, alcuni aggiungono gherigli di noce o altra frutta secca, nella Lunigiana anche scorza d’arancia tritata (Mh…da provare assolutamente!) mentre la versione toscana prevede ciuffi di rosmarino o semi di finocchio.

 

Xmery.

 

Una cuccia nuova con un vecchio maglione infeltrito.

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A casa nostra la lavatrice non è appannaggio femminile, tutt’altro. Cosa che comporta, non spesso ma in maniera ricorrente, disastri epocali di lavaggi non andati a buon fine: il classico bucato rosa o azzurrino a seconda del capo dimenticato insieme ai bianchi, elastici ridotti in pappa dalle alte temperature….ogni periodo ha un disastro che ricorre più volte, prima di essere definitivamente superato. Da un po’ a questa parte abbiamo i maglioncini di cashmere ristretti e infeltriti. Intere lavatrici coi migliori capi di lana ridotti a straccetti miniaturizzati. Tragedie che lasciano il segno. Come sempre il colpevole, sentendo su di sé tutto il peso di tale innominabile evento, subito propone di buttare tutto, cercando il miracolo che possa smaterializzare anche il solo ricordo della tragedia.

Tu guardi quello che ora potrebbe essere il maglioncino del grande Puffo e anche a te viene da nominare tutti i santi in fila! e toglierlo con fastidio al più presto dalla tua vista, ma poi dici “Aspetta… A pensarci bene (la mia testa in un angolino nascosto ha sempre in mente cosa potrebbe servire ai miei 4 zampe) anche se infeltrita, questa è pur sempre ancora Pura lana, o no? Caldo tiene ancora caldo, prima o poi vedrai che viene buona”.

E infatti così è stato. In rete un giorno mi capitato un post su come costruire una cuccia per gatti e cani, rimaneggiando vecchi maglioni da buttare, senza neppure usare le forbici, solo ago e filo! Wow, ho pensato! Finalmente darò una degna sepoltura ai misfatti di mio marito 😀 trasformando in modo stupefacente il corpo del reato in cose utili. Appena mi sono messa all’opera, le gatte come sempre si sono avvicinate subito, dimostrando molto interessate per il progetto! Durante tutta la durata del lavoro (un’oretta in realtà! E’ davvero semplice e veloce!) hanno assistito mute e soddisfatte, un po’ come i vecchi che commentano i cantieri! 😀

Ecco qui le istruzioni per costruire la cuccia che per un po’ di tempo diventerà il luogo preferito di tutti gli animali. Sempre molto utile, a mio avviso, perché salvano dal pelo letti, sedie, mobili e divani ( sì! 😀 ho detto per un po’…perché si sa, i gatti sono esseri volubili e molto bisognosi di novità!…) 😀

 

Istruzioni:

prendete ciò che resta dello splendido maglione in cashmere che era un tempo, e che avete riposto  nell’angolo più nascosto dell’armadio(il grado più o meno disastroso di restringimento che il capo ha subito, farà la misura della nuova cuccia).

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Il mio, aveva ancora una dimensione tale da poterci infilare un cuscino quadrato nella parte del torace. Mentre le maniche diventeranno il bordo che lo circondano come un abbraccio. Vediamo come.

Procuratevi sia il cuscino da infilare nel mezzo sia altro materiale di imbottitura per riempire le maniche. Io ho usato un secondo cuscinetto vecchio, l’ho disfatto tagliando la fodera esterna e ne ho utilizzato l’interno. E poi via di ago e filo.

Immaginate il cuscino quadrato posizionato nella parte del torace e cominciare a chiudere la parte che va da una ascella fino all’altra, immaginando la forma quadrata del cuscino.

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(Se avete timore di sbagliare, infilatelo direttamente al suo posto da subito e seguite i suoi contorni tra una ascella e l’altra.)

Poi cominciate a cucire il fondo del maglione, sui bastonetti, chiudendo dentro il cuscino quadrato.

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Adesso bisogna chiudere il buco del collo del maglione, io avevo uno scollo a V e l’ho chiuso prima cucendo tutta la V e poi facendo anche una piega, per unire i due punti e mimetizzare lo scollo. Se avete un collo rotondo, fate la stessa cosa, in modo che l’imbottitura delle maniche non esca.

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Ora le due maniche sono due salamotti, pronti da riempire, partendo da una manica e poi dall’altra.

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Quando li vedete belli gonfi, prendete i due polsini e cuciteli tra loro, fissando le due maniche come in un abbraccio, attorno al cuscino centrale.

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A questo punto, basteranno due o tre punti di fissaggio per tenere le maniche bene in posizione, attorno alla base centrale …e il gioco è fatto. Il vostro gatto sarà già lì a fissarvi, in attesa che gli facciate posto, deciso a testare l’effettiva bontà del vostro lavoro! 😉

Xmery.