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via Lattea Alessia Fabris

(foto gentilmente concesssa da Alessia Fabris)

L’ultimo giorno di questo anno, che chiude il 2017, sarà giorno di memoria, passato in altalena tra festeggiamenti mancati, luci fioche e grumi nel cuore. Una sinfonia stonata di pensieri tristi e dolorosi, di preparativi ridotti all’osso, stomaci dolenti e attesa del frastuono dei maledetti botti, che ancora parlano di te. Quelli che ti buttavano nel terrore più cieco e che mi spingevano fuori dal balcone a urlare improperi contro ignoti, mentre tu mi guardavi piena di fiducia e supplica. Era l’ultimo vano tentativo di darti quel coraggio che altrove ti rendeva leonessa, ma in questa occasione ti abbandonava, lasciandoti fragile come un cristallo in mezzo a una sparatoria. Io uscivo fingendo autorità, gridando un “BASTA!! E allora!”… la frase che sapevo tu capivi perfettamente senza aggiungere altro, significava che mi ero arrabbiata e avevo messo in riga chi non rigava dritto, tu ne eri sempre sollevata …. poi rientravo incontrando i tuoi occhi supplicanti aiuto e ti sussurravo, “Ecco, hai visto? io gliel’ho detto. Tutto ok, vieni, vieni che andiamo a fare le nostre cose” chiudendo fuori dal vetro quella minaccia sempre più angosciante. Speravo che tu sentissi che ero dalla tua parte in questa battaglia contro un nemico invisibile e letale.

Perché era chiaro che tu ti sentivi a rischio di morte, con quegli spari là fuori. Nonostante fossi in casa, tra le mura del tuo rifugio, con tutti noi presenti, gatti, cani, tutto il branco con te, tranquillo e tranquillizzante. Il terrore ti afferrava alla gola e a noi non restava che starti accanto, impotenti. Neve in silenzio si metteva vicina a te, schiena contro schiena, senza chiedere di più. Avevamo imparato da lei, ci stendevamo anche noi sul pavimento freddo del ripostiglio dove ti rifugiavi tremante, e aspettavamo per ore che giungesse la quiete.

Alle prime avvisaglie di colpi, già al mattino ti mettevi in allarme, gli occhi sbarrati e le orecchie chine, poi con la coda stretta tra le zampe cercavi rifugio, non importa dove. L’istinto diceva fuggi, scappa, pericolo di morte! Scappare senza un dove, senza controllo, anche in casa grattavi la porta per scappare fuori, proprio da dove venivano i rumori che ti terrorizzavano! Scappare e basta.  Questo giorno era particolarmente difficile da gestire, uscire era un rischio di ulteriore terrore, in qualsiasi momento poteva arrivare uno di quei colpi al cuore. Anche in casa solo pochi erano i momenti in cui riuscivi a distrarti, annusavi l’aria con l’orecchio attento, sembrava che fossi in attesa di conferme, anche dai rumori più in lontananza, sembravi dolorosamente consapevole  da lì a poco sarebbe di nuovo arrivato quel calvario, di un cuore che ti impazzisce in petto, lasciandoti nel più totale terrore, con la schiuma alla bocca, senza pace, senza possibilità di fuga, dove nessun riparo è sufficiente e nessuno del branco potrà darti l’aiuto che ti salva, nonostante tutti fossero lì a darti conforto. La paura di aver di nuovo quella paura, che puntualmente non si smentiva, si avverava autoconfermandosi di anno in anno, poi temporale dopo temporale.

Avevamo provato di tutto, per darti almeno un po’ di sollievo, andando a tentoni tra le innumerevoli soluzioni che ognuno propone come vincente. La tv accesa a mitigare i rumori da fuori, canzoni natalizie a gogò per tutto il pomeriggio, da ingenui e inesperti che eravamo, provavamo a distrarti dai tuoi timori, almeno fino a sera, quando poi il terrore vero sarebbe esploso in tutta la sua deflagrante distruttività. Ricordo l’anno in cui costruii una tana per te, con una coperta che ti coprisse da tutto ciò che immaginavi fuori e ti desse l’illusione di un rifugio impenetrabile. Passammo ore così, solo la mia mano a toccarti mentre il cuore ti usciva dal petto. Poi tentammo con piccole dosi di sedativo per animali, sperando che le promesse farmacologiche fossero oneste. Ma ora so che non era così. Il farmaco ti intontì, ti fece dilatare gli occhi (probabilmente vedevi solo buio?) barcollavi e non ti tenevi sulle zampe, ti accasciavi a terra, pur desiderando ancora di scappare e cercare salvezza. Non credo di aver provato mai tanto imbarazzo e pena come allora, quando mi sono resa conto che questa era la pretesa di silenziare i sintomi della paura impedendone l’espressione, senza curarsi se sotto l’angoscia era ancora tutta lì, solo pietrificata da un farmaco, che ti immobilizza e ti rende cieca, instabile e confusa. Credo che sia stata una violenza senza eguali. Come aggiungere terrore e smarrimento ad altro terrore. Ma Ellie ti guardava e chiedeva aiuto a te, come se da te potessero venire solo cose buone, così ti autoassolvi e dici semplicemente “mai più, Ellie, te lo giuro. Mai più questo ulteriore tormento cinico, inutile e presuntuoso”.

L’anno successivo, quando la sordità speravamo potesse giungere come un aiuto provvidenziale a questo appuntamento così difficile, riuscimmo ad escogitare quella che forse fu la soluzione migliore per affrontare il Capodanno. Sapevamo che Ellie amava tanto l’auto, che si rilassava viaggiando, che fossero brevi tratti o viaggi lunghi, non importa: l’automobile era una seconda tana. Così l’anno scorso, quando già lei era in uno stato di grossa ansia (sapeva che quello era ‘uno di quei giorni’ avendo sentito sparare botti sporadici di preparazione ai festeggiamenti) alle undici di sera, abbiamo infilato i giubbotti, messo cuffie e sciarponi, guinzagliato i cani e ci siamo messi tutti in auto, nella notte gelata, decisi a macinare senza fretta chilometri a zonzo, su una qualche autostrada, fuori dai centri abitati, dove non riecheggiassero gli spari che tanto facevano gioire la gente in ogni angolo del pianeta terra.

Ellie ci seguì fiduciosa come sempre, salì in macchina sulla cappelliera, Neve al suo fianco, noi infreddoliti e imbacuccati, i fari che illuminavano la strada deserta della Cisa, uno speaker alla radio che a basso volume cercava di intrattenerci. Era un capodanno che mai mi sarei immaginata. Soli in una notte nera e stellata, che pareva senza confini, come solo lontano dalle luci della città si può ammirare, vedevamo i fuochi d’artificio di ogni paesino che scorreva sulle montagne scure di fianco a noi, in lontananza, nell’assoluto silenzio. Ogni volta che mi giravo, vedevo Ellie dormire serena, come se tutto quel fracasso lontano non esistesse più.

Avevamo vinto il mostro. Non combattendo, ma aggirandolo e prendendoci gioco di lui.

Ero felice, felice come lo sono stata poche volte nella mia vita. Sollevata e leggera, come quando si indovina per caso la risposta ad un enigma. Finalmente avevamo trovato la soluzione per gli anni a venire. Mai più terrore la notte di Capodanno. Solo viaggi meravigliosi a zonzo in auto, in chissà quale autostrada, al buio di gelidi cieli stellati.

Ora ascolto il crescendo di boati che annunciano questo nuovo anno. Una guerra di spari che annuncia il momento imminente.

Quattro, …tre, …due, …uno …ZERO!……………..ma tu non ci sei più.

Nessuno con cui guardare le stelle per sfuggire al terrore.

via Lattea Alessia Fabris

Xmery.