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Una coperta a quadratoni.

Avete presente, sì, quel momento, sperato e temuto al contempo, del cambio armadio, vero? Dove insieme alla necessità di fare ordine si insinua ogni volta la consapevolezza che occorrerà fare di nuovo pulizia. Lo detesto, anche se mi rendo conto che porta in sè qualcosa di liberatorio. Eppure è una strana idea di decluttering, la mia. Quando dopo infinito titubare finalmente mi decido a fare spazio, ecco che arriva l’idea creativa che mi frega. Vorrei liberarmi di vestiti, accessori che non uso più da un po’ per poter ricavare nuovo spazio nell’armadio, ma non appena mi cimento nell’impresa, ecco che mi coglie l’estro creativo del riutilizzo. Una tragedia. Perché così immancabilmente finisce che invece di recuperare spazio ne occupo di nuovo, con altri fantastici progetti appena nati, possibili o futuri che siano. E’ una brutta patologia quella del riciclo. 😀 E non se ne esce.

Guardo la pila di abiti dismessi destinata ad essere buttata e all’improvviso “Veh, come stanno bene vicini questi colori”…. “ma tu pensa questa fantasia, perfetta per questo tessuto!”…”qua non ci verrebbero dei bei maglioncini per il cane, con questa lana così calda? o una copertina per le micie!” e così prendono corpo propositi di nuovi lavori, che sì posso silenziare per un po’ tergiversando, ma difficilmente riesco poi ad ignorare.

Questa coperta, per dire, sta nell’angolo delle “cose da fare” da almeno un anno, forse di più. Lì, a vista. Perché ogni volta che passavo di lì mi sollecitasse a cominciare finalmente il lavoro.

In origine erano quattro felpe già destinate ad essere buttate. Vecchissime, usate allo sfinimento perché molto amate. Quattro colori davvero interessanti, che mischiati tra loro diventavano spettacolari: rosso scuro sangue, un rosa scuro al limite del fuxia, un bel corallo chiaro e un blu scuro-viola, slavato, in cotone lavorato a maglia grossa, con un interessante effetto vintage. Ne avrei fatto dei quadratoni grossi per una coperta patchwork.

Magari con un retro in pile, per coprire le cuciture del rovescio, ma anche per dare una bella luce chiara di stacco a tutti quei rossi e quei blu.

Feci un piccolo quadrato di carta da utilizzare come modello e con pazienza tagliuzzai le felpe in tutti i modi possibili, per ricavarne quanti più pezzi potevo.

Poi li assemblai in tutte le combinazioni che le quattro tinte consentivano.

Ne uscì prima una copertina piccola per i quattro zampe di casa, che venne in seguito replicata in misura più grande, perché ebbe grande successo anche coi bipedi. Mio marito mi chiede espressamente: “Ma potrei averne una anch’io, uguale?”. E come no, amore! Mentre il quantitativo industriale di quadrati ancora rimasti mi occhieggiava dal tavolo di lavoro, supplicando di non finire parcheggiato in attesa, di nuovo, in qualche angolo!

Quindi partii con il secondo progetto di un plaid grande, per umani. Cucii file lunghissime di quadrati di stoffa, da mettere poi insieme, per foderare tutto con il solito pile bianco, che avrebbe fatto anche da bordura.

E infine ne uscì pure, con gli ultimi avanzi di tessuto, una terza piccola copertina, stesso stile, stessa folosofia, che mi ha costretto a un lavoro certosino di assemblaggio di pezzi a volte minuscoli, pur di arrivare a utilizzare tutte le rimanenze. Eppure, forse è riuscita ancora più bella delle altre, nel suo carosello di cuciture fuori standard!

Intanto che cucivo e tenevo tra le mani quei tessuti ormai stagliuzzati, mi tornavano alla memoria le storie che quei vestiti avevano avuto nelle nostre vite.

Quella rosso sangue era una vecchia felpa di mio figlio, acquistata in un grande magazzino a New York quando aveva 12 anni. Era un marchio americano, la Gas, e non ho mai capito cosa avesse di così speciale quella felpa, oltre a un’insolita provenienza, perché venne usata senza sosta, allo sfinimento, durante tutto il periodo dell’adolescenza. Ogni volta la ritrovavo nel cesto della biancheria da lavare e sembrava non potesse essere sostituibile con nessun’altro indumento. Di quella felpa ricordo l’antipatia che avevo per i suoi polsini di cotone ormai rigidi e infittiti: non finivano mai di asciugare, restavano immancabilmente umidi per un’eternità, tutta la felpa pronta per essere riposta, tocco i polsini e niente, sono ancora umidi. Per giorni. Ero arrivata proprio a detestarla, ma mio figlio (ancora oggi non ne so il motivo preciso) la amava e oggi vedere i quadratoni rossi di quella felpa presenti nella coperta mi dà un particolare piacere, perché mi portano a ripensare sorridendo a quell’attaccamento assurdo, così tipico della giovinezza.

I pezzi fuxia invece vengono da una felpa che era mia. Un bel capo sportivo di cotone pesante, che aveva grosse scritte bianche cucite in rilievo sul davanti, e che ho usato a lungo perché comodissimo, cerniera lunga e apribile, cappuccio. Ma l’affetto che nutrivo per quella felpa nasceva dal fatto che era perfettamente in tinta con il ciuffo viola che portavo allora sui capelli neri. Stava proprio ‘na favola! E solo quando cominciò a logorarsi in certi punti mi decisi ad eliminarla dal guardaroba. Ed ecco che ora la ritrovo qui, col suo fuxia a dare una bella sferzata di colore, anche se a distanza di anni i capelli li porto bianco candido e il ciuffo colorato sul davanti va e viene, a seconda del momento.

La felpa color corallo era più recente. Era in tessuto di cotone leggero e appositamente trattato per ottenere un effetto vintage. Io semplicemente la adoravo, mi cadeva sui fianchi in modo morbido, la cerniera un po’ ruvida e difficoltosa, che così lasciavo aperta sul davanti, e i numerosi punti slavati che simulavano un capo invecchiato dal tempo: mi dava un’aria incurante e trasandata che amavo alla follia. Anche semplicemente allacciata in vita, se fuori non faceva abbastanza freddo da giustificarne la necessità! La portai così tanto da romperla. Non convinta, la indossai ancora, a lungo, con un bel buco strappato sul fianco, in tutte le occasioni informali in cui mi concedevo il lusso di questo look fuori dalle convenzioni.

Poi un giorno le dissi addio e mi decisi a lasciarla andare. Adesso quel corallo délavé sta d’incanto nella coperta, a ricalcare il blu sdrucito degli altri quadrati blu lavorati a maglia, quelli che amo di più, in assoluto.

Erano parte di un lungo cardigan primaverile in cotone. Lo adoravo, portato sui jeans e un paio di stivali di vernice nera, stringati, e con la suola bianca sportiva, tipo Converse. Mi davano un’aria molto British e mi sentivo fighissima, lo ammetto.

Ho una foto bellissima che mi ritrae con quella mise, mentre sono inginocchiata, e un magnifico cane bianco, sordo e cieco, mi abbraccia mettendo le zampe sulle mie spalle. È legata a un ricordo dolcissimo, di quella cagna che avrei tanto voluto adottare, ma le cose poi non andarono come io speravo.

Guardo la coperta a quadrettoni, ora, amorevolmente contesa da cani, umani e gatti di casa.

E in quei quadrati di stoffe vedo piccoli ritagli di storie, il che me la fa sentire ancora più preziosa di quel che non sia. Al di là del lavoro che ha comportato assemblare i pezzi, ricostruirli, e dare loro nuova vita.

Perché l’anima del riciclo, in fondo è proprio questa.

Xmery