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Non mi è piaciuto, questo film: troppo lento, troppo vuoto nel ritmo degli accadimenti e senza una tensione tale da giustificarne lo scorrere così piatto.

Le atmosfere cupe del bunker che contornano (quasi) tutta la vicenda, le luci inquietanti dei neon intermittenti degli ambienti, che si accendono e spengono ad ogni passaggio, come unica cornice entro cui si svolge la vita dei protagonisti, la solitudine innaturale vissuta come normale da madre e figlia, non sono tuttavia sufficienti a creare la giusta suspense, solo un lieve malessere e incredulità, che attende indizi ed eventi più pregnanti che non arrivano mai. Anche la presenza della madre robot, il contrasto surreale tra il suo atteggiamento affettuoso e materno, le parole confortanti che di rito rendono una mamma una buona madre, che stridono con la sua voce piatta e artificiale, gli abbracci tra loro che in modo surreale mettono in contatto la carne con il freddo del metallo, non riescono a creare altro che tristezza e molta perplessità in chi guarda. Non allarme, non adrenalina, non il dubbio terrificante, che sarebbero gli unici stati d’animo con cui si può immaginare di stare attaccati allo schermo con uno scorrere così lento delle informazioni.

Anche non volendosi soffermare sulle troppe inesattezze di tipo psicologico: un cucciolo umano non può, non è biologicamente programmato per rispondere con un sorriso a un volto metallico fatto di luci e scintillante metallo, per quanto cerchi di mimare i movimenti e le parole umane (la vecchia teoria del rispecchiamento di Winnicott parla piuttosto chiaro a questo riguardo) e gli esperimenti (teoria dell’attaccamento di Harlow) sulle madri surrogato indicarono senza ombra di dubbio che i cuccioli preferivano le madri fatte di stoffa e morbide al tatto anche se non dispensavano cibo, piuttosto che quelle in rete metallica dalle quali si poteva ricavare latte e nutrimento. Mangiavano dalle une e subito dopo andavano ad abbracciare le altre. 

Anche non volendo cogliere queste discrepanze, mi è comunque risultato sfiancante appurare che era già passata mezz’ora e ancora stavamo assistendo a una madre robot che aveva allevato un embrione umano, crescendola come una figlia amorevole perché l”à fuori l’umanità si è estinta”,  senza ricevere altri spunti.

Poi finalmente entra in scena la seconda donna, senza un apparente perché, e tra cure mediche, rimbalzi di verità, finalmente si comincia a sospettare che Madre menta e ad appurare a un certo punto che ha davvero mentito. Se dio vuole, comincia un po’ di storia (ne frattempo è passata quasi un’ora e se ti riduci a guardare l’orologio mentre guardi un film, è segnale che qualcosa non sta funzionando a dovere!)

Il particolare più macabro e risolutivo, la scoperta che altri figli non reputati idonei erano finiti nell’inceneritore, come il povero e ignaro topolino trovato e intrappolato (in tempo reale! in circa dieci minuti: ma perché questa inutile lentezza?!)

Figlia fugge con la donna e una volta fuori dal bunker, nel paesaggio spettrale e senza vita (perché, anche questa che doveva essere una scoperta apocalittica, non suscita nessun effetto nello spettatore?) risulta chiaro che pure lei ha mentito: non ci sono altri uomini sopravvissuti nelle miniere, lei è l’unica (ma allora da dove vengono i volti che lei disegna sul suo diario? Sono altri fratelli non riusciti? Non considerati idonei a diventare i capostipiti di una terra ripopolata con una umanità migliore?)

D’altronde la donna dice a Figlia che non c’è niente di male a pensare a sé stessi, mentre gli insegnamenti etici di Madre impartiti durante i test andavano in tutt’altra direzione: il sacrificio deve essere volto al bene di più persone possibile (ossia la specie prima del singolo).

Quando la prescelta darà prova di avere interiorizzato questa lezione (tornando al bunker per salvare un altro fratellino appena nato) sarà pronta a diventare lei stessa la nuova Madre. Madre di tutta la nuova umanità, migliore della prima. La scena finale vede la ragazza col neonato in braccio, mentre gli canta la stessa ninna nanna udita in passato dal gracchiare di un vecchio giradischi riprodotto dalla madre robot (la ninna nanna più straziante che io ricordi: Baby Mine dal film Dumbo) e i suoi occhi che guardano in camera in quello stesso istante diventano gelidi come quelli del robot.

Per essere buone madri occorre eliminare la parte emotiva soggetta a fallacia?

Senza possibilità di sbagliare saremmo ancora uomini?

Il sogno di una umanità perfetta e ripulita dall’errore, che nel momento in cui si avvera diventa portatore di asetticità e morte.

Un tema antico, ricco di sfumature e implicazioni, che poteva risolversi in un bel film. Peccato.

Xmery