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(Dalla finestra del nostro Lockdown natalizio in zona rossa)

In questo 2020 così strano e inusuale, dove ciò che vivevamo come assodato pare capovolto, oggi anche il giorno del ‘natale’ mi sembra una nascita difficoltosa, un parto podalico, carico di incognite spesso difficili da decifrare.

Alcuni amici in ospedale, alcuni in isolamento preventivo, quasi tutti alle prese con qualche abitudine spezzata, a rimarcare un anno che propone una dopo l’altra delle novità che spiazzano, dure da digerire.

Perfino il cielo oggi non è in linea con gli eventi attesi. Un inquietante grigio tendente al verde incombe dall’alto, carico di pioggia monsonica che si abbatte sui tetti, rumorosa e incessante come una cascata di un ruscello gonfio e ingrossato d’acqua.

Un vento fragoroso la sbatte di qua e di là mentre cade, andando a formare onde orizzontali e vorticose in cielo, e fa danzare una danza macabra agli alberi ancora verdi e carichi di foglie non caduche: il bambù davanti casa, coi suoi rami alti, disordinati e irriverenti, sta farfugliando parole incomprensibili, sotto le raffiche d’acqua che lo piegano in tutte le direzioni e i pini della siepe del vicino dondolano pericolosamente il loro sbigottimento.

Ogni tanto il borbottio di una sfilza di tuoni in lontananza: sembra l’incursione di un ottobre burrascoso che esce dalla fila ordinata dei mesi, per posizionarsi nel posto sbagliato, dove invece ragionevolmente ci si aspetta neve, gelo e giornate di freddo cristallino. Al massimo la nebbia, ecco… nebbia che avvolge nella sua ovatta le lucine natalizie che gioiscono a intermittenza. Ma non un’inondazione tropicale in Pianura Padana, il giorno di Natale!

Quindi raccolgo le forze e mi rassegno: in linea con tutto questo 2020 fuori dall’usuale, davvero non resta che accettare l’anomalia e stare in fervida ATTESA, che tutto di nuovo si riallinei.

Un’attesa non passiva ma vitale, come la gestazione. Un’attesa che si prepara al cambiamento, che scalda i motori in attesa dello sparo.

Un’attesa che mette alla prova la pazienza ma anche la resilienza, come durante la Resistenza Partigiana.

Perché non basta tornare a ciò che era prima. Non basta più. Occorre progettare il dopo che verrà.

Questo è il mio augurio.

Che questo tempo di monsone e pioggia a rovescio sia tempo di gestazione per cose future e magnifiche. Che sia sole, primavera o nuovi progetti, non importa… purché sia impulso vitale e propellente di vita.

Buon ‘natale’ .. che verrà.

Tenete viva la fiamma.

Xmery