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Nel giorno della Memoria, voglio recensire questo piccolo capolavoro, che restituisce un senso di continuità tra ciò che è stato, e quello che è.

Ho riflesso molte volte sulla nostra rigida ricerca. 
Mi ha dimostrato che ogni cosa è illuminata dalla luce del passato.
E’ sempre al nostro lato, all’interno, che guarda fuori. Come dici tu, alla rovescia.
Jonfen, in questo modo, io sarò sempre al lato della tua vita.
E tu sarai sempre al lato della mia.”

Ho visto e rivisto più volte questo film, ….. la prima volta che vi sono inciampata è stato per caso, in seconda serata, non avevo neppure visto l’inizio né sapevo il titolo…eppure, scena dopo scena, ne sono rimasta folgorata nel giro di 15 minuti!….in seguito, ho cercato l’autore, gli attori, ho chiarito la trama e lo svolgersi della storia…. un film splendido. Uno tra quelli che amo di più in assoluto. Me lo gusto ogni volta, pezzo dopo pezzo, sia quando mi fa scompisciare dal ridere, che dove mi commuove fino alle lacrime!…un film che rivedrei all’infinito, senza buttare una sola scena!

Protagonisti:

Elijah Wodd (il Frodo del Signore degli anelli qui nel personaggio di Jonathn Safran Foer, lo stesso nome dell’autore dell’omonimo romanzo, da cui il film è tratto). Jonfen, così lo chiamano senza riuscire a pronunciare correttamente il suo nome, è uno strampalato ragazzo americano che con comica serietà colleziona tutti i singoli e apparentemente insignificanti pezzi che lo porteranno a ritroso, fino alle lontane origini della sua famiglia, ebrea, fuggita dall’Ucraina in tempo nazista. Imbusta tutto. Tutto ciò che può costituire un filo.

Eugene Hutz (Alex, lo strampalato traduttore di Odessa, comicamente incastrato tra i suoi grandiosi desideri di modernità americana e la realtà/cultura in cui vive e di cui è permeato).

Boris  Leskin (il mitico nonno finto cieco di Alex, che farà da guida automobilistica al gruppo).

Questa vicenda si snoda in un continuo paradosso, tra comicità senza risate, assurdità che invece hanno un senso profondo, storie bizzarre al limite della follia, che alla fine ritrovano il loro preciso posto. Così scene memorabili restano come piccoli e preziosi gioielli, disseminati in lungo e in largo nel film, come le buste di plastica del protagonista, contenenti i pezzi necessari a ricostruire il senso delle cose. Chi sembrava innocente nascondeva le sue colpe, chi sembrava morto è sopravvissuto, il frodatore si scopre fratello, ciò che non è disegnato sulle mappe geografiche non vuol dire che non esista, la follia abbraccia la poesia struggente in una  una casa illuminata dai girasoli in mezzo al nulla, il passato che riemerge porta tutto al suo giusto equilibrio. Dolore, appartenenza, memoria ritrovano la loro giusta collocazione. E con loro anche le vite, apparentemente spezzate e stridenti, fuori tempo e fuori luogo, di chi non sa, non può o non vuole fare i conti con il proprio passato. La memoria diventa la Memoria, l’unico strumento che può dare un senso a ciò che non ce l’ha.

Xmery.

Regista: Liev Scheiber, attore americano di origine ucraina al suo esordio cinematografico come regista, mette in scena come opera prima il libro di Jonathn Safran Foer, scrittore altrettanto emergente, che racconta in modo autobiografico tutta la vicenda.

Curiosità:

Quando Jonathan arriva alla stazione dei treni, la banda che l’accoglie sono i Gogol Bordello, il gruppo in cui canta Eugene Hutz (Alex).

L’autore del libro, il vero Jonathn Safran Foer, appare in un cameo: è l’addetto che soffia via il fogliame del cimitero, all’inizio del film.