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“Di certo non ti lascerò mai andare.

Ecco.

Di certo non ti lascerò sparire.

Ecco.”

(cit. Niccolò Fabi)

Siamo tornati sulla collina in cui siamo stati con te ormai morente.

La tua presenza qui è spaventosa, tanto è viva.

Aleggi nell’aria, in quel vento di aprile che adesso tace. In quel turbine di nubi agitate e pioggia imminente che oggi lascia il posto a questa notte quieta e muta. La luna e la sua bellezza in un cielo blu chiaro, senza ancora alcuna stella, mi dice quanto questo luogo sarà tuo ancora a lungo.

In questi spazi dove hai assaporato il vento tra le narici e la libertà delle corse a perdifiato, la fontana dove correvi ad infilare le zampe per trovare refrigerio, il bosco in cui io andavo a scavare un secchio di terra buona mentre tu mi portavi la palla, incurante del mio lavoro. Gli odori dei cervi e il latrato dei cani nella casa in fondo al sentiero. E la volta che abbiamo trovato tutta la riva disseminata di viole, che con la luce radente di febbraio sembrava l’illustrazione di un libro di favole. Io che fotografo, sempre le stesse cose, le stesse erbe spontanee, gli stessi cieli, e tu che mi guardi paziente e in attesa. Gli incontri con gli altri cani, il tuo spirito battagliero e solitario, sempre poco incline alle smancerie. Le cacche dei cavalli sul selciato, su cui ti soffermavi a lungo, la vista dei quadrupedi ti faceva sempre imbizzarrire sgroppando in modo maldestro, una furia che non trovava una adeguata espressione e ti lasciava insoddisfatta e frustrata. La piccola radura in cui parcheggiavamo l’auto e che tu riconoscevi come il nostro piccolo campo base, da cui si partiva. La piccola chiesa, alla cui ombra riposavamo dopo la salita. La fatica degli ultimo tempi, la vecchiaia pensavamo.

Il dolore arriva quando penso al tuo cuore assalito dal male, che si sforza senza risparmiarsi, tu che torni alla macchina con più fretta del solito, stremata, in cerca di un riparo in cui riposare quel dolore che avevi in petto. E noi che non abbiamo capito. Il rincrescimento, il desiderio di un perdono, per una colpa che mai tu avresti neppure formulato, ma che adesso mi assale, insieme al rimorso.

Ma più di ogni altro luogo, è la cima della collina il punto in cui ti ritrovo, senza sforzo alcuno. Sei lì, che troneggi su quella improvvisa visuale che si apre ad ovest. Sei lì, malferma sulle zampe, per lo sforzo anche solo di respirare. Ti abbiamo portato in braccio e messa a terra. Hai fatto solo pochi passi, restavi vicina a noi, temevi di cadere di nuovo svenuta. Eppure il tuo muso era affamato d’aria, il tartufo in sù, ad ascoltare gli odori di quel luogo, il pelo ancora una volta accarezzato da quel vento impetuoso d’aprile. Ti rivedo lì, sulla cima della collina, padrona dello spazio che si perde all’orizzonte, ad assaporare quel piccolo anelito di vita che rimaneva in te, vivo ancora per una manciata d’ore. Poi sei morta, schiacciata da quel male che ti ha strappato il cuore.

Ma non qui. Qui ti sento ancora, incredibilmente viva. In quella che ormai è la tua collina.

Un saluto da Neve, che ti ha commemorata salendo in cima.

Xmery.