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Oggi è il 27 maggio, sono le 3 di notte meno 10 minuti…..e un mese fa avevo un cane.

Era un cane ormai anzianotto, 12 anni di vita insieme passano in fretta.

Arrivano cuccioli, strappati dalle loro madri e fratelli, e tu gli insegni a muoversi, a relazionarsi con gli umani, gli insegni a volerti bene, a fidarsi di te, si diventa una famiglia, un branco misto di umani e 4 zampe.
Ci si plasma ognuno sulla presenza degli altri componenti, i cani sono bravi in questo, hanno una pazienza che non è rassegnazione, una comprensione silenziosa di tempi e necessità.
Tu ti spendi per loro, gli fai conoscere il mondo, provi a capirli al meglio, perché loro capiscono te.

Si prende un passo sincrono che dura anni e che penetra nella routine quotidiana, senza festivi o ferie, e sembra un per sempre.

Poi, senza quasi essertene accorto, un giorno vedi che il muso imbianca il pelo, le forze diminuiscono, le zampe si deformano per l’artrosi, lo sguardo si fa più vitreo, e tu senti un brivido di paura, un presentimento di distacco.

E’ terribile quella fase, perché nei cani la vitalità e l’esuberanza della giovinezza sembrano venire, giorno dopo giorno, impercettibilmente rimpiazzate da un acuirsi ancor maggiore della sensibilità e dell’affetto che nutrono per te: lo sguardo perde quella scintilla selvaggia e diventa sempre più languido e adorante non appena incrocia i tuoi occhi, le zampe si irrigidiscono ma la coda non smette di scodinzolare ad ogni tuo suono di voce, nonostante tutto il tintinnio del guinzaglio li fa scattare in piedi correndo, interrompendo i lunghi periodi passati a sonnecchiare, immersi in un silenzio di orecchie sempre più sorde.

Il tuo cane che invecchia ti fa nascere la paura del vuoto che sentirai dopo che lui non ci sarà più. Ti fa presagire il dolore che proverai nel doverlo lasciare andare. Portarlo su e giù dalle scale perché lui si ferma e ti chiede un aiutino guardando in su, farlo scendere dall’auto dal portellone dietro, mentre lui si butta ciecamente da coricato, fidandosi delle tue braccia, ….vederlo con gli occhi felici di un tempo annusare gli odori dell’erba, le tracce sul viale, intuire una sconfinata gioia nel fingere di rincorrere una pallina come ai tempi d’oro.

Questo periodo ti lega ancora di più, se mai è possibile, al tuo cane. Tutto è intriso di struggente malinconia e amore portato allo stato puro. Amore ricambiato, in un modo che non pensavi neppure possibile. Ogni piccolo gesto, ogni routine, porta in sé questo silenzioso strazio di una perdita ormai imminente, ma che speri ancora lontana. Ancora qualche anno, ancora un po’.

Il 15 aprile ero in questa precisa situazione.

Con il mio cane vecchierello che si sente molto fiero di riportare la sua pallina, dopo che io faccio finti lanci a distanza ravvicinata, al campo dei cani. Se fingo anche di distrarmi guardando altrove, a volte mi rimbrotta chiamandomi all’ordine, ma sempre più spesso si perde ad annusare l’erba lì intorno, rinunciando a quel ritmo serrato che la giovinezza e un temperamento sfrenato gli hanno sempre imposto di seguire.

Ero al campetto e, come spesso facevo, scherzavo dicendo che la mia Ellie sarebbe sicuramente morta con la sua pallina ancora in bocca.
Ma quel giorno l’ho vista davvero accasciarsi a terra, su un fianco, gli occhi spalancati.

Io sono corsa subito da lei, col cuore impazzito, e mentre la sorreggevo, vedevo il suo di cuore che sembrava voler saltar fuori dallo sterno. Dopo un paio di minuti, con la forza di un gigante si è rialzata, da sola. Barcollava, e lentamente si è diretta all’uscita del campo. Andiamo, mi ha detto. L’ho portata immediatamente dalla veterinaria. Hanno fatto raggi ed eco all’addome, il cuore appariva ingrossato, ma gli altri organi erano a posto. Anche gli esami del sangue erano rassicuranti. Temevo una patologia cardiaca, ma so che con i farmaci si può fare tanto per curare un cuore che fa le bizze in un cane anziano ma ancora sano per tutto il resto.

Il giorno stesso abbiamo fatto fare una eco cardio, non volevo rischiare una nuova crisi nelle festività pasquali! Volevo iniziare subito una cura, qualsiasi essa fosse. E cominciare una nuova routine fatta magari di pastiglie e controlli, ma che ci consentisse di vivere ancora altro tempo insieme. Non era quello il momento per lasciarci.

Ma quello era un giorno di crinale.

Siamo entrati in Clinica tenendola in braccio, per evitarle ogni anche minimo sforzo, temendo il peggio. L’abbiamo tenuta sul lettino accarezzandola, per tutti i 45 interminabili minuti dell’eco-cardio, e lei (che odiava gli ambulatori) si è lasciata fare, senza opporre la minima resistenza, anche se era spaventata.

Poi il dottore ha cercato le parole. “No, il cuore è strutturalmente a posto”….Io non riesco a trattenere il sollievo (Oh, meno male, che spavento…mi sembra di ritornare a respirare finalmente).
Ma lo vedo in ansia, annaspa ancora in cerca delle parole giuste. “Il problema è qui, vedete? C’è un grave ispessimento a livello del ventricolo destro.”

Io colgo la parola “grave” ma la mente tergiversa, sì, ok, vediamo quanto grave e cosa si può fare….Chiedo cosa intende per “ispessimento”…una parete cardiaca che è più spessa del normale? Lui farfuglia qualcosa e mi giunge come una sassata la parola “neoplasia”. Con una voce che stento a riconoscere come mia, chiedo ancora “quindi, intende un tumore?” Ma intanto che finisco la frase mi giungono da dentro le risposte (un tumore, un tumore al cuore, ha 12 anni non è operabile, ha un tumore e non è operabile).

Lui mi fa un disegno. Disegna un cuore, lo divide in quattro parti, delineando i due atri in alto e i due ventricoli in basso. Poi disegna una palla che ostruisce quasi completamente il ventricolo.
“Il tumore è già 3 centimetri e mezzo (miodio, in un cuore di cane di 15 chili!) e il sangue passa solo attraverso quei pochi millimetri liberi. Man mano che il tumore cresce andrà a ostruire il passaggio del sangue”
“Ma quindi?… quanto tempo le resta?”
Annaspa ancora, le parole a volte sono spine in bocca. “Difficile dirlo, dipende dall’aggressività del tumore. I tumori di questo tipo, i sarcomi, purtroppo sono in genere molto maligni. Potrebbe essere un paio di settimane, forse tre.”

Siamo usciti senza più la terra sotto i piedi.
Quello che tanto temevamo era lì, davanti a noi. Il momento era arrivato. Le lacrime incastrate tra i tanti sassi che sembravano essersi posati nello stomaco, durante il viaggio di ritorno a casa.

Abbiamo rifiutato ogni invito a fare chemio, se c’erano due settimane per lei, volevo che fossero due settimane di vita, non di cure inutili, aghi, e ambulatori. Conosco il mio cane e so per certo quello che dovevo evitarle.

Ci hanno raccomandato di prevenire ogni sforzo, anche minimo, neppure gli sbalzi emotivi o scariche di adrenalina. Qualsiasi aumento della gittata cardiaca avrebbe potuto esserle fatale. La portavamo in braccio come prima, ma adesso sempre. Sceglievamo di uscire quando non c’erano altri cani a cui abbaiare, la pallina adesso si accontentava di tenerla in bocca. Sembrava capire che doveva andarci piano.

Andavamo nei suoi posti preferiti in collina, e lei annusava il vento il muso all’aria, stringendo gli occhi di felicità, stando sulle zampe malferme. Le piaceva stare in auto, così la facevamo spesso stare lì, facendo lunghi giri coi finestrini giù. In quei momenti la vedevo assaporare la vita, nella sua normalità, come se quell’enorme peso che aveva dentro fosse in qualche modo parte di tutto questo.

Alla sera rientrava stanchissima, mangiava (avevo iniziato a darle solo omogeneizzati per non appesantirla) e andava a dormire. Solo raramente ancora la vedevo sotto il mio tavolo di lavoro la notte, aspettare instancabile che anch’io finissi per poter spegnere anche l’ultima luce della casa. L’ultimo sospiro, nel buio, era il nostro, mentre tutti gli altri già dormivano. Per tutta la notte la sentivo respirare in fretta, affannosamente. Solo in certi momenti si chetava e riusciva a riposare.

Poi il 27 di aprile è arrivato. Come un colpo di cannone.

Eravamo usciti verso sera, col fresco. Lei annusava piano l’erba sempre vicino alle mie gambe, non si allontanava più. A un certo punto mi ha raggiunta, ha piegato le zampe davanti come i cavalli quando si inginocchiano e si è accasciata a terra, appoggiandosi a me. Lo sforzo anche minimo di fare i suoi bisogni, le aveva strozzato il cuore.

L’abbiamo presa in braccio, portata in auto in silenzio, straziati, ammutoliti, pensandola morta. Ma il cuore le martellava furiosamente in petto. Ancora. Ancora disperatamente lottava. Così è rinvenuta un’altra volta. Si è guardata intorno smarrita. Ricordava di essere nel prato…. Ci ha guardato, allarmata ma fiduciosa, prima uno e poi l’altra. Sfinita per lo sforzo, ma senza paura.

A casa ha mangiato la sua pappa e si è messa nella sua cuccia al buio. Alle undici mi sono accorta che il respiro non si era ancora quietato, era in lieve ma in costante affanno. Sembrava non trovare l’ossigeno. Avrei fatto di tutto per darle un po’ di sollievo: la notte tenevamo le finestre della camera aperte, per ossigenare l’ambiente, ma adesso anche questo non sembrava essere più sufficiente.

Così, nel cuore della notte, decidiamo di portarla nel luogo che più la rasserena: la prendiamo in braccio, la portiamo giù, e la poggiamo delicatamente sull’asse costruita per lei nel retro dell’auto. Decidiamo di fare un lungo giro come quello di Capodanno, per sfuggire ai botti che tanto la terrorizzavano.

Io mi metto dietro vicina a lei, le sorreggo la testa con un braccio e il torace con l’altro, per darle sollievo nel respirare. L’altro cane guarda.
Guidiamo così, nella notte, per ore, mentre il cielo burrascoso di aprile disegna meravigliosi contrasti fatti di nuvole bianche e grigie, in tutte le sue mutevoli e strazianti sfumature. Dai finestrini aperti si sentono gli uccellini cantare sfacciatamente, tra gli alberi, tutte le loro vicende. Penso col cuore allagato di lacrime che questa è una bella notte per morire. Con l’odore della pioggia nelle narici, col vento leggero che ci raggiunge, al riparo della coperta che ci protegge.
Ma mi sbagliavo. Non esistono momenti giusti per dirsi addio.

Ho vegliato il mio cane fino al suo ultimo respiro e alle tre di quella notte, senza un lamento, il cuore allagato di sangue, lui è morto tra le mie braccia.
Mentre lui mi offriva anche l’ultimo alito della sua vita, io sentivo artigli malevoli prendermi alla gola, stringermi le viscere, soffocando singhiozzi che come onde d’urto mi scuotevano da dentro, nel cuore della notte.

Perché amare fa male. Un male senza sconti. E più si apre il cuore, e non si resta in superficie, e ci si lascia colpire fino in fondo, più il prezzo che ti si presenta è alto. A te la scelta.

Mi sono domandata spesso se potendo tornare indietro, avrei cambiato qualcosa, per non patire adesso questa angoscia spietata.
E la risposta è no.

Ringrazio piangendo di aver scelto quel giorno proprio quella cucciola nascosta sotto al bancale, che non voleva farsi vedere da nessuno tanto era impaurita, mentre tutti gli altri abbaiavano furiosamente.
Sono felice che sia stata lei e non un altro cane a insediarsi nei nostri cuori e nella nostra casa. Sono grata che lei non sia andata a finire in nessun altro luogo che qui: non poteva essere il cane di nessun altri se non il nostro.
E so con altrettanta sicurezza che lei è stata felice, serena, appagata come può esserlo un cane nel suo branco, che si sente al suo posto, fino all’ultimo istante della sua vita.

Ho aspettato molto prima di riuscire a scrivere di questo evento, un po’ perché il dolore è stato una picconata arrivata improvvisa, destabilizzante, che mi ha lasciato tramortita,…un po’ per pudore rispetto alle tante situazioni di dolore e fatica, che so tanti di voi stanno vivendo, ognuno per le sue perdite.

Ma il dolore è dolore, di qualsiasi natura esso sia. E viverlo in solitudine non fa bene.
Non mi fa bene.

Dedico quindi queste parole di dolore a tutti coloro che hanno il loro proprio fardello, chiuso nel cuore. Di qualsiasi natura esso sia.

Xmery, che aveva un cane, di nome Ellie…

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