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Fillette en bleu (1918) – Amedeo Modigliani

 

Questo dipinto mi è piaciuto così, a pelle…terribilmente.

Sono io, o meglio, ciò che SENTO di avere DENTRO,

una bambina che ispira tristezza…e tenerezza.

Di una bellezza commovente, perché AZZURRA e senza colpe.

Perché FORTE senza saperlo.

Perché INFELICE con naturalezza.

E’ ciò che sento per me piccolina.

Non c’è più il fuoco che brucia il DRAMMA, ma ci sono sempre le ceneri.

C’è il ricordo dolce di come E’ SOPRAVVISSUTA quella bambina,

con la sua forza innocente,

con la sua disperata voglia di VIVERE,

con la sua OSTINATA fiducia in una FELICITA’ che sarebbe arrivata,

senza neppure sapere se esisteva realmente.

Mi voglio bene, perché da quella bambina testardamente sopravvissuta sono nata io.

Figlia di me stessa e del mio DOLORE.

Ciò che sono ora è una celebrazione a quella bimba azzurra.

Un canto.

Una lode.

Anche questo dipinto lo è.

La postura è di una tenerezza infinita. La testa appena appena reclinata, le mani chiuse in grembo, i pe-pe neri e chiusi, rigidi come i piedi finti delle bambole. Quanta fragilità. Potrebbe cadere da un momento all’altro, in quel suo fragile e statico equilibrio. Ha le mani chiuse come le brave bambine, lo sguardo mite, ma tutto il suo corpo tradisce la mancata rilassatezza. Quelle mani, messe così, dovrebbero stare su una giovane nobildonna sprofondata in poltrona, a ostentare il suo ozio intriso in sete e trine.

Perché questa bimba invece è in piedi e in un angolo nudo della stanza? Ci arriva il suo disagio, sebbene sia ben camuffato.

Lo sfondo conferma questa impressione. Magistrale il senso di vertigine che crea il pavimento fuori prospettiva rispetto alla parete. L’angolo che ci aspettiamo dietro sparisce, e magicamente si ricrea come semplice linea (angolo-non angolo insieme) appena un po’ più in là.

I contrasti qui coesistono con pacata naturalezza, come nella vita onirica.

L’ombra della bambina è lasciata lì a fianco, a occupare uno spazio molto importante. Come un compagno muto, un orsacchiotto amico, che silenziosamente ti accompagna ovunque. Non ti abbandona. E’ l’amico immaginario della solitudine, quando non ti arrendi alla tristezza, anche se questa ti ha già aggrovigliato il cuore.

Il colore. L’azzurro è, da solo, la bambina stessa. E’ i suoi occhi, è il suo vestito, è tutto ciò che emana da lei e intorno si spande. Pareti di cielo e riflessi azzurrati anche nel pavimento in cotto.

Questa insistenza è l’anima del dipinto.

Crea aria rarefatta e pulita intorno. E’ l’innocenza che spazza via la realtà, per quanto opprimente sia.

E il rosso? Il risultato non sarebbe  stato lo stesso, senza quel minimo contrasto coi rossi. Le labbra rosso scuro, le guance come mele, l’orecchio in ombra, il nastro sui capelli …le mattonelle, una in particolare, del pavimento. Queste tracce di rosso contribuiscono a creare visivamente movimento in tre punti diversi del quadro: in alto nella zona del volto e in basso a destra e a sinistra dei piedi, creando un triangolo ben bilanciato. Così come i tocchi rosati della pelle, tre punti in successione in senso verticale: viso, mani e quel pezzo di gambette lasciate scoperte dagli stivaletti neri.

Questi tocchi di rosso rendono vitale la purezza dell’azzurro, che altrimenti farebbe effetto infermeria o collegio di educande. Le guance rosse rendono la bambina realmente viva, e non un fantasmino luminoso e pallido!

Anche i tocchi di nero (un nero piatto e senza mezze misure, un nero che non prevede dettagli…niente sfumature nei capelli, niente laccetti alle scarpe, non sapremo mai se sono stivali o calzini) danno forza e risolutezza al messaggio. Questa bambina non avrebbe mai potuto essere bionda o avere scarpine rosse, e neppure bianche. Questa non è una bimba povera ma felice. E’ una bambina che porta il peso di tutto questo nero così piatto e senza nessuna possibile sfumatura. Eppure ancora emana luce. Luce azzurra.

Le macchie nere, sono poste in modo che sembrano stringere e schiacciare la bambina, in alto e in basso, la chiudono, ne segnano il confine. Eppure qualcosa sbava ai lati,…la sua ombra che scappa via sulla destra, e quella pennellata che le fa da contraltare a sinistra. Questi colpi sfumati spezzano la simmetria e sbilanciano il tutto, continuando il senso di vertigine che ruota intorno alla fissità di questa bambina.

Il bianco, unico punto centrale del dipinto, il grosso colletto rifinito in pizzo sangallo, è tecnicamente necessario a dare un pacato tocco di grazia alla bimba e al suo triste grembiulino di tela grezza e ruvida. Se lo merita. Come quel nastrino storto a fermare i capelli. Unico vezzo, timido e gentile, che parla della sua anima candida.

 

Quanto ti avrei voluto bene, piccola Mery.

Xmery.