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Risale a 7 anni fa questo racconto a puntate di una utente molto amata del Forum che frequento e voglio riportarlo qui sul mio blog, per conservarlo, sicura che lei apprezzerà.

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Mio nonno Toni.

L’amore per le piante e il giardino l’abbiamo ereditato, mio fratello e io, dal nonno Toni.

Quando sono venuta ad abitare in questa casa, il cortiletto chiuso sul retro mi ha subito ricordato l’orto-giardino di mio nonno, nell’ala del municipio vecchio dove lui e la nonna abitavano quand’ero bambina. Quegli edifici sono stati abbattuti da molti anni, ma ne conservo un vivo ricordo.

Dall’ampio portone sulla strada si entrava in un atrio freschissimo, col pavimento di marmo a scacchiera; a sinistra, una scala saliva agli uffici comunali; a destra, poco più avanti, c’era la porta dell’abitazione dei miei nonni; in fondo all’atrio, un arco a sesto eccentrico si apriva su un grande cortile, costeggiato da mura di mattoni e dalla bella pergola d’uva del nonno.
Questo era il cinema all’aperto del paese.
All’inizio dell’estate veniva montato in fondo al cortile uno schermo rudimentale, si allineavano file di sedie pieghevoli in ferro, e in alcune sere della settimana si proiettavano dei film tipo Maciste, o roba del genere. I biglietti si vendevano nell’atrio.

I nonni, seduti al fresco sotto la pergola, avevano fatto l’abitudine a questi dopocena estivi col cinema in casa.
La nonna si sventolava gentilmente col ventaglio, scambiando qualche parola con le spettatrici sedute nella fila più esterna.

Talvolta il nonno tirava su dal pozzo l’anguria messa in fresco e la tagliava a grandi fette, che mangiavamo sul tavolino coperto da una tela cerata.
Per noi era naturale vivere a casa dei nonni quelle scene di vita domestica, con gladiatori seminudi o coppie avvinte in lunghi baci che si muovevano sullo sfondo.

Nel muro cui era addossata la pergola si apriva un cancelletto cigolante in ferro battuto, che dava nell’hortus conclusus del nonno.

Ricordo ancora l’emozione che provavo quando, scesi i due alti gradini di pietra, mi ritrovavo in quello che per me era il posto più segreto e più bello del mondo.
Trattenevo il respiro per l’incanto che mi avvolgeva, e anche perché sapevo che una mia sbadataggine avrebbe potuto compromettere il mio accesso in quel luogo, che per il nonno era oggetto di cure e interesse appassionati.

Chiedevo il permesso di raccogliere una violetta pansé, o di cercare fra le foglie le fragoline più mature, delizia sconosciuta a casa dei miei: ma in generale mi veniva raccomandato di non toccare nulla e – poiché avevo la vista già debole ed ero molto distratta – di fare grande attenzione a non calpestare i rettangoli di insalatina.

Queste severe limitazioni, unite alla consapevolezza di entrare in un luogo nascosto e misterioso, conferivano alle violaciocche in fiore e ai cespi di piselli del nonno un fascino del quale erano del tutto privi a casa mia, dove ero abituata a vederli in spazi aperti che ne disperdevano forme e profumi, e in cui ero libera di correre in lungo e in largo e di cogliere frutti senza tanti riguardi, come un animale selvatico.

Ho altri ricordi bellissimi di quella casa dei nonni.

Per salire al piano superiore c’era una scala di legno, chiusa in alto da un pesante coperchio rettangolare di assi che un adulto doveva sollevare e che poi, riabbassato, tornava a costituire parte del tavolato della camera.

Questa cosa mi piaceva, e mi faceva paura.
La consideravo un ottimo espediente, pensando che nessun ladro o uomo cattivo avrebbe potuto immaginare che il pavimento in quel punto si apriva, sicché di sopra eravamo al sicuro; ero talmente sciocca, infatti, da considerare il punto di vista che aveva chi si trovava nella camera, e non quello del malandrino che avrebbe salito la scala…

D’altro canto, mi capitava di chiedermi cosa ne sarebbe stato di me e di mio fratello se il coperchio fosse inavvertitamente caduto, chiudendosi, e noi due fossimo rimasti da soli al piano di sopra, incapaci di risollevarlo. Presumo di aver immaginato una lenta morte per fame e singhiozzi.

Il lettone in cui venivo messa a dormire era avvolto d’estate da una lunga, morbida zanzariera, che mi dava l’idea di essere una principessa in un castello.
Il riparo di quel tenue velo mi appariva così sostanziale, che quando avevo troppo caldo cacciavo i piedi e le braccia fuori del lenzuolo – cosa che a casa mia non avrei mai azzardato, per timore di sentirmeli afferrare da qualcuno nel buio.
Avrei desiderato la zanzariera anche d’inverno, ma quelli non erano anni in cui i bambini osassero insistere, né gli adulti indulgere ad accontentarli oltre il ragionevole.
Probabilmente, è grazie a quel desiderio inappagato che le zanzariere mi piacciono moltissimo ancora adesso.

Nell’atrio dal bel pavimento policromo pedalavo in cerchio per ore, su una piccola bicicletta munita di rotelline laterali.
Mio fratello aveva imparato da molto tempo a restare in equilibrio senza le rotelline aggiuntive, ma io avevo paura di cadere e opponevo un ostinato rifiuto alle esortazioni sue e del nonno; finché un giorno quest’ultimo, dicendo che gonfiava la gomma posteriore o qualcosa del genere, me le svitò a tradimento, mentre mio fratello mi distraeva.

Ripartii e continuai per un po’ a pedalare tranquillamente in cerchio, ignara del pericolo: ma appena mi dissero ridendo: «Hai imparato ad andare senza, hai visto?» persi l’equilibrio e caddi rovinosamente.

Appena fuori del portone, in uno spiazzo a lato della strada, c’era la pesa.
Consisteva in una grande lastra metallica a filo del pavimento stradale sulla quale salivano a pesarsi i camion, prima e dopo aver caricato, per stabilire tara, lordo e netto.
La lastra risuonava piacevolmente sotto i nostri passi e oscillava un poco, quando eravamo in tanti a saltarci sopra.

Ero in seconda o terza elementare quando il municipio vecchio venne sgomberato.
Gli uffici furono trasferiti in un brutto edificio nuovo e i nonni finirono in un appartamento senza neanche un terrazzino.
Non so cosa dovette essere per il nonno quel periodo di totale esilio dalla terra: ma pochi anni dopo, appena andò in pensione, lui e la nonna (che erano i genitori di mia madre) vennero a vivere con noi.

Mio padre gli disse di prendersi tutta la terra che desiderava per l’orto e il giardino: e cominciò allora, credo, il periodo più alacre, intenso e felice della vita di mio nonno Toni.

(continua)

Quando a casa nostra arrivarono i nonni non fui sorpresa dalla loro presenza, che era stata sempre calda e affettuosa, ma dalle suppellettili e dai mobili che ero abituata a vedere a casa loro e che ora avevano preso posto fra i nostri, sparpagliandosi nelle varie stanze.

Mi stupiva ritrovare, disponibili a un uso o a una contemplazione ormai quotidiani, il divano dai braccioli cilindrici che terminavano con due belle teste di leone in metallo, o il mobile radio-giradischi con i 78 giri di Maria Callas e Renata Tebaldi; un certo cuscino un po’ liso, con un grazioso putto ricamato dalla nonna, e il vecchio vaso-fruttiera di vetro ondulato, color rosa spento, che mi era ancora vietato toccare.

Ma i nonni, loro, era come se ci fossero sempre stati.

Il nonno pose mano alla creazione del giardino e all’organizzazione dell’orto con uno slancio così appassionato da sbalordire tutti.

Ricordo i cataloghi annuali, come ad esempio quelli dei vivai Sgaravatti, che arrivavano per posta.
Venivano studiati ed esaminati dal nonno con un interesse, la cui intensità mi appariva inspiegabile. L’avrei compresa e condivisa solo molti, molti anni dopo.

Credo che il nonno non sapesse resistere pressoché a nulla di quel che vedeva nei cataloghi o negli altri giardini.
Forse fu una fortuna che in quegli anni la scelta non fosse immensa e variata come lo è ora…

Cominciarono ad arrivare la spirea, il glicine, le rose, la magnolia, il calicanto, ahimé la forsizia e il pesco ornamentale, l’ibiscus, i lillà, il salice piangente, il melograno e molte altre piante ancora, che vennero poste a dimora in un prato a sinistra della casa, delimitato dalla curva di un fosso in cui gracidava un coro polifonico di rane.

Fra gli arbusti, l’erba era punteggiata in primavera di primule e violette; la sponda del fosso traboccava di narcisi, giacinti e muscari; i mughetti erano così fitti da doverli diradare.

Sotto un’altissima macchia di robinie c’era poi uno spazioso pollaio, sulla cui rete di recinzione si affollavano edera verde o variegata di bianco, luppolo e lamponi, i rami gentili dei lillà e quelli di un giovane noce.

Poco distante, i gigli di sant’Antonio ondeggiavano compostamente in gruppo, spandendo profumo.
Mi piaceva annusarli a fondo, impolverandomi il naso di polline giallo.

Ma fu nell’orto, e nella lunga aiuola che dalla strada arrivava sino all’angolo destro della casa, che il nonno profuse tutto se stesso.

Non ho la più pallida idea di quanti e quali fiori si affollassero in quell’aiuola. Era incredibile.
Debordavano da ogni parte, in una convivenza festosa che sembrava adattarli ad esigenze colturali uguali per tutti.
Ricordo peonie, rose, garofani, astri e dalie, belle di notte, gladioli, iris, tulipani, tradescantie, crisantemi, fuchsie, fresie, lavande, settembrini – e grandi farfalle dai colori altrettanto smaglianti che svolazzavano pesantemente fra quelle corolle, come ubriache.

Non mancavano alberelli tondi di ligustro, e altri dalle foglioline coriacee, scelti dal nonno perché producevano belle bacche rosse che gli uccelletti venivano a becchettare, durante l’inverno.

Un’unica pianta di tuberosa bastava a saturare la corte del suo profumo.
La nonna lamentava che le dava il mal di testa, e anch’io ne ero stordita a volte fin quasi al malessere.

Lungo tutto il cordolo esterno dell’aiuola correva una bordura compatta di bassi garofani bianchi rifiorentissimi (garofoline, li chiamava lui) dal profumo meraviglioso, che per me restano il fiore simbolo di mio nonno, per quanto li amava.
Molti anni dopo, quando l’aiuola di casa mia era ormai una rovina, li ho ritrovati e identificati con certezza: erano i vecchi Dianthus caesius Mrs. Sinkins – che Dio li benedica.

Di molti di quei fiori non ho mai saputo o ricordato i nomi e adesso, quando mi capita di rivederne qualcuno, provo ancora un sentimento di tenerezza mista a pena nel ricordare il grande sogno, l’immane fatica che hanno colmato gli ultimi dieci anni del nonno.

(continua)
Quanto all’orto, fu da subito di dimensioni sterminate.

Il raccolto di verdure di ogni tipo era così abbondante e sproporzionato alle nostre esigenze familiari, che il nonno poteva godere del piacere di rifornirne parenti e amici. Ne era felice.

Se lo ripenso in quegli anni, lo rivedo sempre intento a zappettare, vangare, trasportare carriole di terra o letame; ogni giorno della bella stagione, dal mattino alla sera, c’erano da estirpare le erbacce, preparare le nese, ovvero i rettangoli di fine terriccio un po’ sopraelevati in cui seminava l’insalata; bisognava predisporre i rami di salice, ordinatamente accostati, su cui far arrampicare piselli e fagiolini.

Anche il solo irrigare tutte quelle piante e quei fiori – a scorrimento, o con la canna, o coi secchi – era un impegno enorme.

Il nonno era magro, piuttosto alto per la sua generazione, e dotato di un naso aquilino che ne evidenziava, con la sua stessa importanza, il senso più sviluppato: l’olfatto.

Al mattino, appena alzato, il nonno usciva a scegliere e tagliare un piccolo ornamento vegetale, da infilare all’occhiello della giacca o, d’estate, nell’asola della camicia.

Era profondamente democratico nelle sue scelte.
Poteva trattarsi di una delle prime violette, o di una garofolina, o di una spighetta di lavanda: non importava. Il solo requisito irrinunciabile era che emanasse profumo.
L’ho visto ornarsi la giacca di una infiorescenza di basilico, o di un rametto di rosmarino, quando in giardino abbondavano rose e altri fiori più accattivanti.

Come mio padre, il nonno indossava solo camicie bianche o azzurro chiaro a maniche lunghe, che arrotolava fin sopra i gomiti prima di uscire a lavorare sotto il sole.
Quelle camicie lise ma sempre di bucato, istoriate talvolta dai finissimi rammendi di mia madre là dove si erano prodotti dei piccoli strappi, mi davano una sensazione di ristoro, di freschezza indicibile.

Io mi nutrivo quasi solo di frutta e verdura.
Mi aggiravo fra le aiuole di rigogliose piante di pomodori, da salsa e da insalata, il cui odore pungente era un invito altrettanto irresistibile di quello dolce di albicocche e susine.
Il sapore di quei pomodori peretti, caldi di sole, non l’ho mai più ritrovato.

Le zucchine si dovevano tenere d’occhio con particolare tempismo.
Al mattino presto, prima che si chiudessero col caldo, venivo spedita a raccogliere i fiori di zucca (quanti ne mangiavamo, pastellati e fritti!) e a staccare le zucchine più grossette.
Se me ne sfuggiva una, nascosta magari sotto un’ampia foglia, il giorno dopo era già cresciuta a dismisura e si doveva subito staccare dalla pianta, per evitare che la estenuasse per andare a seme.
«La t’è scapà» (ti è scappata), mi diceva il nonno.

Mi piaceva tanto sbucciare i piselli, seduta vicina alla mamma.
Stendevamo sulle ginocchia un canovaccio chiaro, da dove era più difficile che le sferette rotolassero a terra, e sgranavamo i piselli come un rosario intimo e teneramente verde, da recitare insieme.

Era uno dei pochi lavori che la mamma si permettesse di svolgere stando seduta, e quelle erano occasioni preziose, di confidenze e chiacchiere felici.

(continua)

Il declino.
La nonna non rimase che pochi anni con noi.
Ero in collegio a Verona, credo in seconda media, quando vennero a prendermi per portarmi a salutarla in ospedale, per l’ultima volta.
C’era un arco che le teneva sollevate le coperte sulla gamba amputata.
Poco dopo tornarono a prendermi per il funerale.

Durante i mesi che seguirono, prima del mio ritorno a casa per le vacanze estive, rifiutai tutto l’accaduto, in blocco. Era il mio primo lutto e non lo accettavo a nessun costo.
Riuscii a mantenermi in un limbo sospeso dove la nonna aveva ancora abbastanza vita da sorridermi e parlarmi, con quella sua dolcezza infinita.
Poi arrivai a casa. Mi bastò vedere il volto di mia madre, del nonno e anche di mio padre, segnati da un dolore cui non potevo più sottrarmi, per capire, prima ancora di sentire il vuoto di ogni stanza, che la nonna se n’era andata.

Il nonno continuò a lavorare alle sue piante con dedizione assoluta, dalla mattina alla sera, ma si era fatto taciturno.
Se ne staccava solo per andare ogni giorno al cimitero in bicicletta, a trovare la nonna.
La tuberosa che le aveva dato il mal di testa venne trascurata, o forse fu estirpata, e non ricomparve più.

Seguirono ancora degli anni in cui l’orto e il giardino diedero al nonno interesse e soddisfazioni, e forse una porzione non trascurabile di felicità: finché la salute e le forze non cominciarono a declinare.
Si ostinava a lavorare sino a sfinirsi, rientrando per cena pallido di stanchezza.
Mia madre guardava mio padre, sgomenta; e allora mio padre, con la cautela e la rispettosa gentilezza che gli erano proprie, suggeriva delicatamente al nonno di ridurre il suo impegno, di ridimensionare l’orto a misura della nostra famiglia.

A torto o a ragione, io presi ad odiare chi, attingendo a piene mani nel giardino e nell’orto del nonno, ne giustificava in un certo senso la produzione sovradimensionata ed estenuante.
Ricordo che alcune donne – niente più che generiche conoscenze, da salutare con un semplice «buongiorno» la domenica all’uscir di messa, sulla gradinata della chiesa, o il martedì fra i banchi del mercato – sciamavano dal paese a casa nostra, col sorriso di chi vanta una antica amicizia e con le sporte vuote appese al manubrio della bicicletta.
Si portavano via anche gran mazzi di fiori per il cimitero, con ringraziamenti propiziatori del genere: «Ma che bravo, alla sua età mantenere un orto e un giardino così grandi, meglio di un giovanotto!», come se la generosità e la grande cortesia del nonno potessero essere incentivate da simili, grossolane lusinghe.

In particolare, mi era odiosa una cugina che ogni tanto calava impudentemente dalla riva bresciana del lago per venire a rapinare di tutto, anche i pomodori per farsi la conserva.
Lei e il marito erano benestanti e rapaci. «Potrei benissimo comprarmi i pomodori al mercato», diceva, «ma quelli coltivati in orto hanno un altro sapore».
Con poche persone mi è capitato di desiderare di picchiarle con la stessa intensità con cui avrei voluto picchiare lei.

Anche quando fu il nonno ad andarsene, ero lontana. Ero a Padova, iscritta al primo anno di università.
Mio fratello, che era al terzo anno, ricevette il telegramma che ci richiamava a casa.

Il nonno fu murato in un loculo, dentro uno di quei lugubri muraglioni verticali che sembrano un condominio di estinti, fra lo sgomentevole caos di fiori artificiali che salgono sino al soffitto e che affogano anche il dolore più composto nel kitsch più sgargiante.
Da molto tempo aveva acquistato due posti affiancati, per sé e per la nonna, nella fila più ambita – quella ad altezza d’occhio, che non costringe chi visita i suoi morti né a chinarsi quasi a terra, né ad arrampicarsi sulle apposite scalette.
Aveva scelto già tutto lui.

Dalla lastra quadrata di lucido marmo nero sporgono il contenitore del finto lumino (elettrico) e quello per un vasetto a cono, nel quale non può trovare posto nemmeno l’acqua bastante ai pochi giorni di un fiore reciso.

Mi sono chiesta a lungo come mai il nonno avesse scelto una collocazione post mortem così desolata, quando avrebbe potuto farsi seppellire in terra. Oggi mi sembra di poter confusamente comprendere che la risposta è racchiusa nella stessa domanda.

Forse per il nonno, che ha amato così tanto la terra e tutte le sue piante, è stato più facile dare un senso, un volto alla morte, separandola radicalmente da quel che per lui era l’essenza stessa della vita.
Forse la sua scelta ha solo rappresentato visibilmente quel che lui intendeva come lo «staccarsi, o venire staccati, da ogni gioia terrena»; ed è stata il suo addio alla terra, il suo ultimo gesto d’amore.

(fine)

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